
Migliaia di ragazzi, molti giovanissimi, lo scorso fine settimana hanno creato disordini con violenze in diverse città del Nord Italia. La rabbia è esplosa soprattutto a Milano con devastazioni e saccheggi nelle strade del centro.
Tutto è cominciato sabato 17 ottobre nel corso di una manifestazione nata per denunciare il caro vita e le difficoltà delle famiglie: affitti elevati, salari bassi, situazione della scuola, timori per il futuro e difficoltà a costruirsi una vita autonoma. Tra i partecipanti comparivano giovani, famiglie e studenti, mentre tra gli slogan c’erano soprattutto richieste di maggiori risorse per le famiglie e di una diversa distribuzione della spesa pubblica.
Il corteo ad un certo punto è però degenerato con lanci di sassi, petardi e bombe carta contro le forze dell’ordine, e con danneggiamenti di mezzi militari. Il giorno successivo gruppi di giovani si sono ritrovati di nuovo nel centro cittadino: vetrine infrante, intrusioni nei negozi, e saccheggi di negozi e supermercati. Ci sono stati numerosi fermi, tra loro tantissimi minorenni.
La risposta del governo non si è fatta attendere con l’approvazione in settimana di un decreto-legge in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile (dovrà essere approvato in Parlamento entro 60 giorni): introdotto un nuovo reato per la violenza organizzata durante le manifestazioni (pene fino a 5 anni di carcere), fermo preventivo esteso ai minori, presunzione di imputabilità per chi ha compiuto 14 anni, sanzioni per i genitori in determinati casi, procedure più veloci per il risarcimento danni e pene più severe per devastazioni e saccheggi.
Reazioni della politica: per il centrodestra chi sbaglia deve pagare, da qui un decreto come risposta veloce e necessaria, per le opposizioni invece il decreto denota un approccio esclusivamente repressivo da parte del governo, che non affronta le cause del disagio.
Ieri intanto nuove tensioni si sono registrate a Torino Bologna e Roma, mentre sarebbe stato fermato il fondatore del “Movimento 17 ottobre” nato subito dopo gli sconti attraverso i social network come una realtà giovanile spontanea, senza bandiere, simboli o leadership. Si tratta di un italiano di seconda generazione, Youssef Siher, indagato per istigazione a delinquere aggravata.
A mio avviso partecipare a un corteo per rivendicare dei diritti è legittimo, tuttavia aggredire le persone, distruggere beni o rubare della merce costituiscono un comportamento da condannare senza esitazione, un comportamento che non può essere giustificato dal fine politico o sociale della protesta. Ha fatto bene il governo a rispondere con prontezza, anche se non riuscire a contenere i disordini di 200 ragazzini organizzatisi sui social deve fare riflettere. Serve più severità e un’attività repressiva più decisa, per il lavoro di chi gestisce piccoli esercizi, per la sicurezza dei cittadini che frequentano le strade del centro e per la fiducia verso le istituzioni.
Gli episodi di violenza hanno però riaperto una questione che va oltre l’ordine pubblico: cosa sta accadendo alle nuove generazioni? Come affrontare la loro rabbia senza rinunciare alla sicurezza e al rispetto delle leggi? Terminata questa fase calda va riportato al centro del dibattito il disagio giovanile e la distanza crescente dei giovani dalle istituzioni. Dietro c’è la precarietà del lavoro, le difficoltà economiche e l’incertezza sul futuro, a cui si aggiungono la pressione dei social network e la mancanza di opportunità. Da qui la disillusione, il poco interesse per la partecipazione civica e la scarsa fiducia nelle classe dirigente. Serve ascoltare le nuove generazioni, coinvolgerle, dare risposte concrete. È necessario inoltre investire nelle politiche sociali, dare più opportunità lavorative, rafforzare l’educazione civica nelle scuole, con attività concrete sulla legalità.
L’elenco è lungo. Tuttavia voglio concludere con un aspetto del disagio giovanile a mio avviso fondamentale e non ancora affrontato nella maniera giusta: gli immigrati di seconda generazione. Si tratta di ragazzi nati e cresciuti in Italia, che si sentono giustamente italiani, ma non sono riconosciuti tali dai loro coetanei. Loro non si sentono affatto stranieri, non conoscono nulla del mondo che era dei loro genitori. Sono quindi ragazzi condannati ad essere prigionieri di uno stigma che li perseguita: il colore della pelle e il loro cognome. È una situazione terribile, proviamo a immedesimarci. Bisogna fermarsi e capire come risolverla.
Questa distanza tra identità personale e riconoscimento sociale può generare rabbia e frustrazione, che poi sfociano nelle piazze. Sono ragazzi di 20 anni, cosa succederà quando ne avranno 40? Serve un’integrazione vera e controllata, affinché nessuno si senta escluso. Parole come remigrazione o “andatevene a casa” vanno bandite per non alimentare ulteriore odio verso l’altro.
Sicuramente sono a favore del pugno duro contro l’illegalità di una persona che viene in Italia clandestinamente e delinque. I dubbi su questo stanno a zero. Ma serve rispetto verso chi, nato e cresciuto in Italia, vive il dramma interiore di essere il signor Nessuno.
