
Nel 2007 Chiara Poggi, 26 anni, è stata uccisa nella sua villetta di famiglia a Garlasco (Pavia) colpita con un corpo contundente mai trovato.
Per la sua morte è stato condannato in via definitiva il suo fidanzato Alberto Stasi, dopo essere stato assolto per due volte nei primi due gradi di giudizio (2009 e 2011). La Cassazione nel 2013 ha annullato la sentenza di assoluzione: in appello bis Stasi viene condannato a 16 anni con rito abbreviato (2015), sentenza confermata dalla Cassazione stessa.
Nel 2025, dopo quasi 20 anni e una condanna definitiva, la Procura di Pavia ha riaperto il caso indagando Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi. Nei giorni scorsi è stata notificata la chiusura delle nuove indagini a carico di Sempio, a cui è stato contestato l’omicidio aggravato da crudeltà e motivi abietti.
I principali elementi dell’accusa sono le intercettazioni (aprile 2025) in auto di alcuni soliloqui in cui Sempio parla di un approccio rifiutato da Chiara, il DNA sotto le unghie di Chiara Poggi compatibile col suo e l’impronta palmare posizionata lungo le scale che portano in cantina, dove è stata trovata morta Chiara. Si tratta di accuse a cui la difesa ha contrapposto altre tesi: in auto Sempio commentava dei podcast (nessuna confessione), per il DNA si tratterebbe di contatti secondari, mentre per l’impronta la giustificazione è che Sempio frequentava quella casa e scendeva con gli amici anche in cantina. In sostanza nessuna prova vera.
La Procura, inoltre, sta valutando elementi che potrebbero portare anche a una richiesta di revisione del processo che condannò Stasi: si verificherebbe il paradosso di un processo parallelo. Basta questo per catalogare il caso Garlasco come uno dei più complessi casi giudiziari di sempre.
A renderlo tale contribuisce anche una serie di elementi controversi e di contraddizioni su cui a mio avviso c’è poco da discutere. Innanzitutto la diversità delle sentenze: assoluzione, assoluzione, condanna, condanna, e ora di nuovo probabile assoluzione per Stasi. Cambi di linea che lasciano chiaramente pensare più a un processo indiziario che basato sulle prove.
Poi c’è da considerare l’eccessiva focalizzazione su Stasi, ancora più evidente con la riapertura dell’inchiesta: vedere il fidanzato della vittima vicino alla porta di casa lo ha reso il sospettato principale, e ha portato gli investigatori a interpretare diversi elementi in chiave confermativa, senza approfondire altre piste investigative.
Altri dubbi riguardano l’uso controverso delle prove scientifiche: le tracce di DNA sotto le unghia di Chiara sono state interpretate in modo diverso nel tempo, mentre alcune impronte non sono state utilizzate in passato.
Infine la gestione della scena del crimine: scarsa protezione delle tracce, possibili contaminazioni e repertazioni incomplete.
Con Sempio il rischio è quello di fare un altro buco nell’acqua. Già in passato affermai che in un mondo civile è meglio avere un colpevole libero che un innocente in carcere. Mandiamo in cella un altro possibile innocente? È comprensibile che opinione pubblica, media e familiari cerchino risposte, ma trovare un “colpevole ad ogni costo” rischia di portare ad errori investigativi e a conclusioni costruite più sul bisogno di chiudere il caso che sulle prove.
I tribunali non devono affannarsi a consegnare al cittadino una verità assoluta, ma una verità accertata. Servono prove solide, verificabili e che facciano superare il ragionevole dubbio. Senza di queste è meglio evitare, nonostante il clamore mediatico, la fuga di notizie e l’esposizione degli atti delle indagini, non generando così un enorme impatto umano e psicologico sulle persone coinvolte direttamente o indirettamente: imputati, familiari, testimoni e conoscenti avranno pressioni che si porteranno dietro per anni, oltre al “trauma collettivo” che interesserà l’intera comunità locale.
In conclusione con la riapertura dell’inchiesta la Giustizia, in questa occasione, ha comunque già perso: se emergesse un nuovo colpevole saremmo davanti ad un clamoroso errore giudiziario che riguarda Stasi, se invece le nuove accuse non reggessero si parlerebbe di ulteriore confusione investigativa e giudiziaria dopo quasi 20 anni.
