
Approvato dal Consiglio dei ministri il decreto-legge sulla scuola, con misure che erano già state annunciate domenica scorsa dalla premier Giorgia Meloni alla festa dei giovani di FdI.
Tra le novità più importanti il limite del 30% di alunni stranieri per classe, pena lo smistamento in altri istituti (andrà in vigore dall’anno scolastico 2027-2028), il divieto di partecipare alle attività scolastiche col volto coperto (niente burqa o niqab) e corsi di italiano gratuiti per i genitori che non conoscono la nostra lingua (sanzione amministrativa fino a 1000€ per i genitori che si rifiutano).
Le opposizioni hanno bocciato il decreto definendolo discriminatorio, mentre il presidente della Repubblica Mattarella ha dichiarato in settimana che la scuola deve creare legami e non ghetti. Secondo la premier le parole del Capo dello Stato non sono contro la decisione del governo, tanto che la stessa Giorgia Meloni ha fatto riferimento ad alcune circolari emanate tra il 1989 e il 1990 proprio dall’attuale presidente della Repubblica, e allora ministro dell’Istruzione del governo Andreotti, dove si raccomandava di distribuire gli studenti stranieri tra le classi e di non superare 5 alunni dello stesso gruppo linguistico. In verità anche l’attuale ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha spiegato che il criterio del 30% non sarà basato semplicemente sulla cittadinanza, ma sulla conoscenza della lingua italiana.
Con l’approvazione in Cdm il provvedimento entra ora nella fase parlamentare, dove il testo potrà subire delle modifiche prima della sua applicazione concreta.
In definitiva si tratta di un importante dossier politico che coinvolge contemporaneamente scuola, immigrazione, integrazione, rapporti istituzionali e, a mio avviso, la sicurezza collettiva.
Personalmente credo che il provvedimento sia giusto ma andrebbe rivisto sotto alcuni aspetti. Il tetto del 30% è una semplificazione del provvedimento in quanto non riguarda indistintamente tutti gli studenti stranieri ma solo quelli con insufficienti competenze linguistiche, probabilmente individuati mediante un test di ingresso. L’idea di base è la seguente: se concentri molti studenti che ancora non conoscono l’italiano nella stessa classe, l’insegnante può trovarsi a dover dedicare una parte rilevante dell’attività alla gestione delle difficoltà linguistiche, rallentando il percorso della classe. A quel punto ad essere penalizzati sarebbero i pochi italiani presenti in aula.
Le criticità sono legate invece alla concentrazione abitativa. Se in un quartiere vive una forte comunità immigrata, anche le scuole di quel quartiere inevitabilmente la rifletteranno, e gli spostamenti potrebbero diventare difficoltosi. Altra criticità potrebbe riguardare quei pochi stranieri presenti in aula (per legge) che, in evidente inferiorità numerica, vedono andare avanti speditamente la propria classe nei programmi mentre loro sono fermi al palo, con conseguente frustrazione dei genitori che non riescono a capire i compiti per il pomeriggio assegnati ai propri figli dalle maestre.
Tuttavia se per il governo la problematica non è tanto la cittadinanza quanto la lingua italiana, a mio parere potrebbe essere utile la creazione di Centri di preparazione scolastica e linguistica, collegati territorialmente alle scuole ordinarie, con durata massima di 12 mesi ed esame finale. L’obiettivo sarebbe quello di portare rapidamente lo studente al livello linguistico necessario per partecipare pienamente alla scuola italiana.
Si eviterebbero in questo modo sia le classi-ghetto sia l’inserimento di studenti che, non conoscendo ancora l’italiano, rischiano di rimanere ai margini della classe. E qui mi collego alla pubblica sicurezza. Il disagio sociale che sfocia nell’illegalità a mio avviso parte proprio dalle scuole. Favorire l’apprendimento della lingua italiana e promuovere l’inserimento nelle classi scolastiche rappresentano strumenti fondamentali per ridurre fenomeni di devianza giovanile e prevenire situazioni di marginalità e di esclusione sociale che sfociano inevitabilmente in comportamenti illegali. Investire nell’integrazione scolastica, dunque, significa investire nelle sicurezza collettiva.
