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Analisi sul presente e sul futuro

  • di Antonio Martino

REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: VINCE IL NO. QUALI CONSEGUENZE POLITICHE?

29 Marzo 2026

Ha vinto il No al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con il 53,74% contro il 46,26% del Sì. È stata una vittoria netta, legittimata dalla partecipazione massiccia dei cittadini, con un’affluenza del 58,9% dei votanti, ben oltre un quorum che tuttavia non era necessario.

La separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM, decide sulle carriere dei magistrati) in due consigli (uno competente per i pm e uno per i giudici), la creazione di un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, che avrebbe avuto la funzione di sanzionare i magistrati al posto del CSM, sono tutte novità che non saranno attuate.

La vittoria del No è stata netta e imprevista. A mio avviso non si è trattato tanto di un sostegno verso la magistratura, che sicuramente non gode della popolarità del passato, quanto della protezione, come successo per altri referendum, della Costituzione, della quale si sarebbero modificati 7 articoli, e di un segnale chiaro contro il governo.

Il risultato del referendum è stato la prima vera battuta d’arresto della premier e del suo governo, e in parte ha offuscato l’immagine di invincibilità della presidente del Consiglio. Un referendum nato come tecnico è diventato inevitabilmente politico. Anche se la maggioranza dichiara di prendere atto della sconfitta e di andare avanti a lavorare, sappiamo tutti che la botta c’è stata e negare la valenza politica del voto sarebbe da temerari.

La premier lo sa ed è andata subito al contrattacco: via dal governo gli indagati o i condannati. In questa ottica ha chiesto e ottenuto le dimissioni di Dalmastro, sottosegretario alla Giustizia, di Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, e di Santanchè, ministro del turismo. Un segnale politico di tolleranza zero (chi sbaglia paga) dato dalla premier agli elettori e anche una punizione alle singole persone per delle leggerezze che poi sono ricadute sul voto. Tuttavia si è trattato anche di una manovra che esprime le difficoltà del momento: cedere ai giudici proprio dopo una campagna referendaria impostata contro una magistratura ideologica.

Le conseguenze nella maggioranza non si fermano qui. Come sempre successo nella storia delle coalizioni, quando arriva uno scossone che indebolisce la leadership si palesano puntualmente fibrillazioni, mal di pancia, rivendicazioni, che magari prima nessuno si sarebbe potuto permettere. Maurizio Gasparri si è dimesso da capogruppo di Forza Italia in Senato dopo una lettera di 14 senatori che ne chiedevano la sostituzione. E altre tensioni si stanno registrando in queste ore.

in definitiva la bocciatura dell’unica riforma costituzionale approvata da questo Governo fa male, e rende ancora più tortuoso il percorso verso altre riforme radicali quali quella del premierato (che la premier definì “la madre di tutte le riforme”), dell’autonomia differenziata e della legge elettorale.

A mio avviso la tentazione di andare a elezioni prima della scadenza naturale della legislatura sarà un sentimento sempre più forte nei prossimi mesi, e paradossalmente alla presidente del Consiglio converrebbe pure. Ora vincerebbe, la sua figura gode ancora di un consenso sufficiente. Andare avanti azzoppati e con tensioni nella maggioranza significherebbe solo erodere un vantaggio ancora discreto.

Il centrosinistra (PD, M5S e Avs) dal canto suo gioisce per la vittoria del No. Tuttavia sarebbe un grave errore proiettare il risultato del referendum sulle prossime elezioni politiche o considerarlo una prova generale, essendo due terreni completamente diversi. Uniti si può vincere, però come detto altre volte, serve mettersi d’accordo su chi deve comandare.

A mio parere la battaglia sulle primarie con cui un partito con minore consenso, il M5S, aspira a fare una scalata sulla leadership, è già un passo falso. La logica dei numeri dice altro: le carte deve darle il Partito Democratico. 

Concludo con la magistratura: i magistrati non dovrebbero mai esporsi politicamente e dovrebbero evitare qualsiasi comportamento che potrebbe creare dubbi sulla loro imparzialità. Vederli brindare e cantare Bella Ciao dopo l’esito referendario è stato imbarazzante. Intollerabile. I cittadini hanno un’immagine quasi mistica dei magistrati, persone superpartes, studiose del diritto, irreprensibili. Perché dare vita a quello spettacolo che potrebbe spingere i cittadini stessi a non sentirsi più garantiti nelle aule di giustizia?

Sicuramente si tratta di una sparuta minoranza, tuttavia l’episodio andrebbe maggiormente stigmatizzato, anche dai media. Dove entra l’ideologia esce l’imparzialità.

Posted in: Politica nazionale Tagged: Giorgia Meloni, giustizia, Governo Meloni, Magistratura, Meloni, Referendum, Referendum sulla Giustizia

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