
È stata un’estate all’insegna dei tentativi di pace in Ucraina, con negoziati alla luce del sole e con un protagonista assoluto: Donald Trump.
Il giorno di ferragosto c’è stato lo storico incontro in Alaska tra il presidente americano e il suo omologo russo Vladimir Putin. Dal vertice non è emerso alcun accordo concreto come invece sperava Trump, che prima del vertice aveva minacciato conseguenze economiche in caso di mancata intesa.
Nel faccia a faccia Trump è stato strapazzato mediaticamente da Putin, un po’ come era successo alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nell’incontro sui dazi con Donal Trump. Putin in Alaska ha presentato un piano di pace nettamente favorevole alla Russia senza essere contraddetto più di tanto dal presidente americano. Sostanzialmente il leader russo ha chiesto la cessione del Donbass e dei territori occupati ad oggi, il riconoscimento della Crimea russa, il no a Kiev nella Nato, la cancellazione delle sanzioni e il russo come lingua ufficiale in Ucraina.
Alcuni giorni dopo Trump ha ricevuto alla Casa Bianca Zelensky, in un clima più amichevole e disteso rispetto al precedente incontro. Subito dopo, nello stesso giorno, c’è stato un summit multilaterale con i leader europei che hanno accompagnato Zelensky a Washington. C’erano Macron, Merz, Starmer, Meloni, Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Rutte. Gli europei si sono mostrati più duri rispetto a Trump, rifiutando le pretese territoriali di Putin, chiedendo un cessate il fuoco (che Putin non vuole) per fermare i combattimenti con successivi negoziati di pace, e pretendendo garanzie di sicurezza per l’Ucraina.
Queste garanzie consistono nell’invio, dopo un eventuale accordo di pace, di soldati europei e americani (Trump vorrebbe solo europei) in Ucraina per tutelare il paese da future invasioni. Putin si è detto favorevole a patto che i paesi garanti, compresa la Russia, abbiano diritto di veto su ogni decisione. In sostanza se l’Ucraina venisse aggredita ciascun paese garante potrebbe approvare o annullare ogni decisione sulla difesa del paese aggredito. Quindi la Russia potrebbe aggradire l’Ucraina e contestualmente annullare le garanzie di sicurezza. Una farsa bella e buona.
Dopo l’incontro con i leader europei, che hanno tentato di allontanare un accondiscendente Trump dalle posizioni della Russia, il presidente americano si è impegnato, senza successo, a organizzare un faccia a faccia Putin-Zelensky, o anche un incontro trilaterale Putin-Zelensky-Trump. La Russia, almeno per ora, dice no.
Intanto domani scadono le due settimane che Donald Trump ha concesso al leader del Cremlino per mostrarsi davvero intenzionato a negoziare un accordo di pace. Cosa succederà? Probabilmente nulla, come al solito. Il leitmotiv non cambia: l’irruenza di Trump si scontra con l’imperturbabilità di Putin con successivo ripiegamento del leader americano su un’Europa che non ci sta ad essere considerata irrilevante. Trump ci prova, non va bene, e si rivolge agli europei.
Tuttavia il risultato di questi 20 giorni di passione è anche un altro: una riabilitazione di Vladimir Putin, l’aggressore, dopo 3 anni di conflitto. In Alaska è stato accolto da Trump con tutti gli onori militari, con un tappeto rosso e con un piccolo applauso che più tardi l’account ufficiale della Casa Bianca ha fatto sparire per l’imbarazzo. Un’accoglienza che stride con il surreale trattamento riservato a Zelensky da Trump alla Casa Bianca qualche settimana fa.
Trump ha interrotto l’isolamento internazionale imposto a Putin, convinto che con la pacca sulle spalle e le parole al miele avrebbe potuto portare a casa un buon risultato. Di fronte però si è trovato un leader cinico, che ricambia, osserva, sorride, prende nota, e subito dopo non solo non fa concessioni sulla guerra in Ucraina, ma rilancia, alzando addirittura l’asticella delle sue richieste. Trump incassa e si mostra quasi accondiscendente, mostrando un certo appiattimento della posizione americana sui desideri di Putin.
A mostrare i muscoli però ci pensano gli europei, che non cedono alle richieste di Putin e non mollano Zelensky, come hanno dimostrato accompagnandolo, uniti, da Trump dopo l’incontro di quest’ultimo con Putin. Una prova di vicinanza al leader ucraino e un messaggio per il presidente americano: noi non arretriamo di una virgola.
L’inquilino della Casa Bianca a mio avviso si rende sempre più conto che questa guerra non è più un conflitto tra Russia e Ucraina, ma tra la Russia ed un’Europa che teme la nostalgia del leader russo per il ruolo imperiale dell’Unione Sovietica e le sue temibili mire espansionistiche. Donald Trump, che senza l’intervento degli europei avrebbe tranquillamente escluso Zelensky dalle trattative di pace, deve dunque decidere da che parte stare.
L’Europa intanto prosegue con fermezza sulla linea dell’attesa e dello sfinimento, condivisa dal precedente presidente Usa Biden. Trump, invece, davanti alla irremovibilità europea, è costretto, almeno per ora, a fare promesse e dare ultimatum da strapazzo. Dove porteranno?