
È stato un mese di aprile in cui il conflitto in Iran ha registrato fasi di escalation militare alternate a tentativi di tregua.
Il protagonista assoluto, manco a dirlo, è stato Donald Trump. Il presidente americano prima ha esternato minacce apocalittiche contro l’Iran, arrivando a parlare di distruzione di un’intera civiltà, poi ha accettato una tregua temporanea legata all’apertura dello stretto di Hormuz. Lo schema non cambia: si parte con minacce estreme per poi lasciarsi andare ad aperture negoziali in pochi giorni e rilasciare dichiarazioni ottimistiche. In questo momento le trattative stanno proseguendo con gli iraniani che hanno capito il suo modo di fare e che smentiscono ogni sua dichiarazione di vittoria.
Il conflitto ha aperto anche uno scontro politico-religioso, col Papa che ha criticato apertamente le minacce di distruzione dell’Iran e la logica della forza e Trump che ha reagito attaccando il pontefice, definendolo un elettore repubblicano, pessimo in politica estera e debole sul fronte della criminalità.
Una frattura USA-Vaticano clamorosa, che ha portato la nostra premier Giorgia Meloni a definire inaccettabili gli attacchi di Trump. Il presidente americano a quel punto ha attaccato anche la nostra presidente del Consiglio, dicendo che “non vuole aiutarci nella guerra” e che sia diversa da quanto pensava.
Parallelamente Giorgia Meloni si è avvicinata ai Paesi europei volenterosi partecipando al vertice di Parigi con Francia, Germania, Regno Unito e altri Paesi al fine di garantire in futuro la sicurezza nello Stretto di Hormuz senza la guida americana.
In definitiva sono giorni di imbarazzo internazionale e di incredulità per i toni poco istituzionali utilizzati dal presidente degli Stati Uniti: frasi sconclusionate e inappropriate per il ruolo rivestito, rapidi cambi di posizioni con passaggi veloci dalle minacce estreme alle aperture al dialogo, affermazioni di risultati negoziali che poi vengono smentiti da altre fonti, attacchi personali a figure istituzionali e religiose con rottura di qualsiasi consuetudine diplomatica tradizionale.
Si tratta di un linguaggio quasi da campagna elettorale che ormai ha stancato tutti. Mentre il mondo chiede sicurezza e garanzie Donald Trump tramette instabilità e confusione, con toni che possono addirittura aumentare il rischio di escalation. Va fermato e conviene a tutti capire come.
Le tensioni tra Giorgia Meloni e Trump invece non hanno creato, a mio avviso, una frattura vera e propria, tuttavia hanno spinto la nostra premier ad avvicinarsi ai partner europei. Una mossa che condivido. Il contesto è mutato e andava data una risposta. Non si tratta di un cambio di campo o di incoerenza della linea politica italiana. È certamente un segnale, un cambio di strategia.
Roma non rinnega Washington ma rafforza l’asse europeo per non essere completamente dipendente dagli USA e partecipare attivamente ai processi decisionali più vicini agli interessi degli europei e quindi anche di noi italiani. Stare dietro solo a questo Trump è rischioso e riduce il proprio raggio di azione. Meglio, quindi, rompere parzialmente l’allineamento automatico con gli USA.
In conclusione siamo arrivati ad un punto del conflitto caratterizzato dallo scontro tra la logica della forza di Donald Trump e il pacifismo degli europei e del Papa. Il primo agisce autonomamente con una strategia aggressiva ma instabile, i secondi provano a costruire un’alternativa rifiutando l’escalation militare USA. Credo che siamo davanti alla prima vera grande crisi dell’Occidente, quali scenari ci aspettano?
