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Analisi sul presente e sul futuro

  • di Antonio Martino

DAL VENEZUELA ALLA GROENLANDIA: UNA PARTITA CHE TRUMP NON PUO’ GIOCARE DA SOLO. SERVE L’EUROPA.

11 Gennaio 2026

L’inizio dell’anno è stato segnato dal ruolo centrale di Donald Trump nella scena internazionale.

Il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno arrestato il presidente venezuelano Maduro, con un blitz notturno preceduto dal lancio di bombe su Caracas: cospirazione di narcoterrorismo il principale reato contestato, con una presunta alleanza con gruppi criminali messicani e colombiani. Dopo l’arresto il presidente americano ha minacciato possibili azioni militari anche contro Colombia, Messico e Cuba.

Hanno fatto tanto discutere inoltre le uscite di Donald Trump sulla Groenlandia. Il tycoon dall’inizio del secondo mandato, infatti, ha detto che avrebbe voluto annettere la Groenlandia, acquistandola o, se necessario, con la forza militare, con l’obiettivo di farne una base di difesa nell’Artico. Negli ultimi giorni i suoi riferimenti all’isola artica, che attualmente è a tutti gli effetti territorio danese, sono stati sempre più insistenti, tanto da irritare non poco la comunità internazionale.

I leader europei, riuniti a Parigi in settimana, hanno scritto una nota congiunta sottolineando che il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della NATO, e i suoi confini sono inviolabili. Anche il premier danese Nielsen ha affermato di non accettare pressioni né fantasie sull’annessione da parte degli Stati Uniti.

Trump sembra non lasciarsi influenzare e appare addirittura disposto a fissare un prezzo per accaparrarsi il voto dei groenlandesi: da 10 a 100 mila dollari ciascuno per convincerli a sposare la causa americana. D’altra parte a marzo scorso nell’isola si sono tenute le elezioni e la vittoria del centrodestra è da considerare un voto anti-USA.

In sostanza il presidente americano sta spiazzando un po’ tutti, oltre a ogni possibile previsione. In campagna elettorale aveva promesso che dopo essersi impegnato sul fronte ucraino e palestinese si sarebbe dedicato esclusivamente alle questioni interne, scaricando più responsabilità sugli alleati della NATO. In realtà Donald Trump sta  vestendo sempre di più i panni di sceriffo del pianeta, di difensore dei diritti ed di esportatore della democrazia, anche se nel caso di Maduro lui stesso ha dichiarato che era importante riprendere il controllo del petrolio venezuelano, aspetto non trascurabile se si considera che il Venezuela detiene le maggiori riserve di petrolio al mondo, superando Arabia Saudita e Iran.

A mio avviso Trump agisce in modo istintivo dinanzi a un mondo diventato più aggressivo, dinanzi a delle superpotenze, Cina e Russia in primis, che mostrano un atteggiamento sempre più spregiudicato, a tratti quasi preparatorio per un eventuale conflitto globale. Essere morbidi per il presidente americano significherebbe perdere terreno. Meglio mostrare i muscoli, per rafforzare la percezione di potenza e ottenere risultati rapidi, soprattutto nei negoziati economici e militari.

Il rovescio della medaglia potrebbe essere il rischio di rimanere isolati e rompere alleanze storiche. In questa ottica Trump sbaglia a trattare l’Europa come partner scomoda anziché come risorsa strategica. Perché perdere un alleato chiave proprio quando la geopolitica sta cambiando radicalmente? Sicuramente noi europei ci mettiamo del nostro, con regole farraginose, tempi lunghi e scaramucce tra i leader. Appaiamo deboli e poco affidabili.

Tuttavia l’Europa in questo contesto in continua evoluzione prova a ritagliarsi un ruolo e a pretendere più rispetto internazionale, dopo aver capito finalmente che solo uniti si diventa forti. Personalmente condivido i tentativi dei leader europei in questa direzione, più apprezzabili rispetto all’immagine di qualche mese fa di Ursula von der Leyen piegata su se stessa con le mani giunte che ringrazia e bacia la pantofola di Trump dopo essere stata ricattata sulla questione dei dazi.

Noi europei disponiamo di eserciti tecnologicamente avanzati, abbiamo due potenze nucleari (Francia e Regno Unito), una collocazione geografica strategica e Paesi che sono delle potenze economiche. Direi che non siamo proprio da sottovalutare. La convergenza dei leader europei sulla difesa della Groenlandia è certamente un passo avanti rispetto al passato, mostra consapevolezza dell’interesse strategico comune. A mio parere l’isola andrebbe in questo momento riempita di armi e militari europei, a dimostrazione che la convergenza non è solo diplomatica ma anche operativa.

Credo, e concludo, che davanti ad un alleato americano quasi irriconoscibile rispetto al passato, i leader europei non abbiano alternativa a trovare la forza gli uni negli altri. Il risultato è che l’Europa sta davvero crescendo, sta imparando a stare al tavolo dei grandi, ma non ha ancora tutti gli strumenti per imporre davvero la linea. Trump farebbe bene a considerarla di più e a rafforzare il fronte occidentale, proprio mentre il mondo si polarizza. In queste ore Russia, Cina e Iran stanno conducendo esercitazioni militari congiunte nelle acque del Sudafrica. Per il presidente americano è tempo di fare una squadra, vera, anche in Occidente.

Posted in: Politica internazionale Tagged: Cina, Donald Trump, europa, Groenlandia, Maduro, NATO, Russia, Trump, Venezuela

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